Manga

Il Tenue Colore della Fine – Mission in the Apocalypse 1 - Il manga post‑apocalittico che ti spezzerà il cuore (e la mente)

Il tenue colore della fine – Mission in the Apocalypse 1 è uno di quei manga che, una volta chiuso, lascia addosso un vuoto sospeso, come se il silenzio della sua metropoli post‑apocalittica continuasse a risuonare nella testa, costruendo un mondo gelido e malinconico più emotivo che adrenalinico. È un esordio che punta tutto su atmosfera, introspezione e un taglio di fantascienza maturo, ma che mostra anche limiti di ritmo e di gestione dei personaggi che lo rendono affascinante e al tempo stesso divisivo. 

Fin dalle prime pagine ci si ritrova immersi in una città deserta, una metropoli fatta di palazzi vuoti, vetrine spente e strade invase dai detriti, dove l’assenza di rumore diventa quasi un personaggio a sé, definendo il tono dell’intera opera.  Seguiamo una giovane ragazza, sola tra le rovine, che si muove con un misto di determinazione e fragilità, consapevole di avere una missione precisa: purificare le zone contaminate dall’epidemia che ha quasi sterminato l’umanità e cercare eventuali sopravvissuti, trasformando ogni suo passo in un atto di ostinazione contro la fine.  Il mondo che la circonda non è semplicemente distrutto, ma sembra congelato in un eterno crepuscolo, quel “tenue colore” che avvolge ogni tavola e che finisce per definire l’identità stessa del manga. 

Una delle cose che colpiscono di più è il modo in cui Haruo Iwamune riesce a far convivere fantascienza e intimismo, evitando la spettacolarità facile e preferendo un ritmo dilatato, fatto di silenzi, inquadrature larghe e dettagli che raccontano da soli la vita che c’era prima del collasso. Ogni spostamento della protagonista diventa un piccolo rito: la gestione dei pochi rifornimenti, il controllo degli strumenti di bonifica, la ricerca di tracce umane negli appartamenti abbandonati e negli spazi pubblici ormai ridotti a gusci vuoti, in una routine che sottolinea quanto il mondo sia già “alla fine”. Non è un manga che ti trascina con i colpi di scena, ma uno che ti costringe a restare dentro le sue pause, a confrontarti con il peso del silenzio e con l’idea di un domani che potrebbe non arrivare mai. 

Dal punto di vista visivo, Il tenue colore della fine è una sorpresa: il tratto alterna pagine in bianco e nero a momenti a colori, creando un contrasto che enfatizza lo straniamento e rende tangibile la differenza tra la vita passata e il presente spento. Le architetture sono massicce, imponenti, e la protagonista appare minuscola rispetto agli sfondi, richiamando quelle “vibes da Tsutomu Nihei” in cui l’essere umano è solo un frammento in un mondo che lo ha già superato, mentre il design degli spazi e dei resti tecnologici costruisce un world‑building coerente e credibile.  È una post‑apocalisse che non gioca sulla devastazione spettacolare, ma su un’estetica del vuoto, fatta di prospettive vertiginose, edifici scarnificati e piccoli segni quotidiani del passato che emergono tra i detriti. 

Narrativamente, il manga sceglie una struttura quasi episodica: ogni area che la protagonista esplora porta con sé un frammento di storia legato ai morti, ai loro rimpianti, alle tracce che hanno lasciato dietro di sé, trasformando il volume in una sorta di raccolta di “storie dei morti” incastonate in un unico grande viaggio.  La domanda che accompagna ogni incontro è sempre la stessa: “c’è ancora qualcuno alla fine del percorso?”, e questa attesa permea ogni capitolo, rendendo la lettura più vicina a un pellegrinaggio emotivo che a un survival tradizionale. L’epidemia rimane sullo sfondo, più come cornice che come motore della trama, perché il vero cuore dell’opera è il modo in cui i vivi continuano a muoversi in un mondo popolato quasi soltanto dai morti.

 Il-Tenue-Colore-della-Fine-Mission-in-the-Apocalypse-1.webp

Proprio questa scelta di tono rappresenta uno dei principali pro del volume: l’ambientazione è potente, coerente e visivamente memorabile, e il sottotesto esistenzialista sul senso di procedere nonostante tutto lo differenzia da molti altri titoli post‑apocalittici.  Il lettore che apprezza un pathos trattenuto, fatto più di implicito che di dichiarato, trova qui un’opera che non lo prende per mano, ma gli lascia spazio per riempire i vuoti, sia sulla storia del mondo sia sul passato della protagonista. Il fatto che si tratti di un esordio aggiunge ulteriore interesse: già da questo primo volume si percepisce una chiara consapevolezza di tono, di ritmo e di immaginario, che lascia intuire un progetto più ampio. 

Dall’altro lato, la stessa impostazione costituisce il principale contro del manga: il ritmo è deliberatamente lento, e la ripetizione di certe dinamiche – esplorazione, bonifica, breve incontro con un frammento di passato, ripartenza – può risultare monotona per chi è abituato a strutture più serrate. La protagonista, pur interessante nella sua solitudine e nelle reazioni misurate, rimane per ora volutamente trattenuta, più osservatrice che motore attivo degli eventi, e questo può dare la sensazione che manchi un vero e proprio “gancio” caratteriale forte. Anche altri elementi, come alcune figure umane o meccaniche che incarnano archetipi del genere, non raggiungono ancora la complessità psicologica dei migliori seinen distopici, facendo percepire l’opera come raffinata ma non sempre incisiva sul piano dei personaggi

La struttura ad episodi legati da un filo emotivo, più che da una trama orizzontale già ben definita, è un’altra lama a doppio taglio: da un lato rende ogni capitolo quasi autosufficiente, dall’altro può far sembrare questo primo volume un lungo prologo in attesa di uno sviluppo più netto.  Chi cerca immediatamente azione, combattimenti frequenti o colpi di scena rimarrà probabilmente spiazzato, perché il focus qui resta sulla contemplazione, sulle storie non raccontate e sulle domande lasciate volutamente aperte. Tutto ruota più attorno a “come ci si sente a vivere alla fine del mondo” che a “come salvare il mondo”, e questo richiede una certa predisposizione da parte del lettore. 

Nel complesso, Il tenue colore della fine – Mission in the Apocalypse 1 funziona come un ottimo ingresso in un universo post‑apocalittico che promette di essere duro, solitario e sorprendentemente umano, consigliato a chi ama una fantascienza malinconica, dal forte impatto visivo e dal ritmo meditativo. L’edizione italiana curata e la qualità dell’apparato grafico ne fanno un titolo interessante da avere in libreria, a patto di accettare che non sia un manga da divorare in fretta, ma da leggere con calma, lasciando sedimentare il suo tenue colore di fine del mondo.  Per chi invece associa questo tipo di ambientazione a adrenalina costante e protagonisti carismatici fin da subito, il volume potrebbe risultare più affascinante sul piano estetico che pienamente soddisfacente su quello narrativo, pur lasciando la curiosità di vedere come evolveranno tono e personaggi nei volumi successivi. 

🛒 Supporta il mio lavoro! Se vuoi iniziare Il tenue colore della fine – Mission in the Apocalypse 1acquistalo tramite il mio link Feltrinelli. Ogni click aiuta a far crescere questo spazio! 💌