Quando ho iniziato Resident Evil: L’isola della morte, sapevo già più o meno cosa aspettarmi. Non mi aspettavo un manga rivoluzionario, né una storia capace di cambiare il modo in cui guardo il franchise.
Mi aspettavo piuttosto un volume veloce, pieno di azione, mostri, tensione e personaggi storici della saga. E alla fine è esattamente quello che ho trovato: una lettura piacevole, scorrevole, molto fan-oriented, ma anche piuttosto limitata quando si guarda alla scrittura pura.
Il volume italiano è pubblicato da Panini ed è l’adattamento manga di Biohazard: Death Island, uscito in Italia il 19 febbraio 2026 come volume unico.
La reunion del cast storico funziona davvero
Uno degli elementi che ho apprezzato di più è stato il ritorno di personaggi iconici come Leon S. Kennedy, Jill Valentine, Chris Redfield e Claire Redfield.
Vederli riuniti nella stessa storia ha inevitabilmente un impatto forte, soprattutto se come me hai un legame affettivo con Resident Evil da anni. Il manga gioca tantissimo su questo fattore, e lo si percepisce fin dalle prime pagine.
La storia li mette al centro di una nuova emergenza bioterroristica legata ad Alcatraz, una location che già sulla carta funziona benissimo per il tipo di atmosfera che il franchise vuole evocare.
Ed è proprio qui che il manga vince facile: sull’immaginario. Corridoi stretti, tensione, scontri improvvisi, creature pericolose, isolamento. Tutto è costruito per restituire quel gusto da survival horror action che chi ama Resident Evil cerca quasi automaticamente.
Non è un horror puro e non punta davvero sulla paura, ma riesce comunque ad avere addosso quella patina da incubo biotecnologico che basta per tenere viva la curiosità.
Il problema è che la storia resta troppo semplice
Dove invece il manga mi ha convinto meno è nella trama. Funziona, sì, ma non sorprende quasi mai.
È lineare, prevedibile, molto più interessata a far avanzare rapidamente l’azione che a costruire veri momenti di tensione narrativa. Io l’ho letta senza annoiarmi, però raramente ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di davvero forte o memorabile.
Anche i personaggi, pur essendo carismatici, restano abbastanza fermi. Il loro fascino viene sfruttato soprattutto sul piano della riconoscibilità. In pratica funzionano perché sono loro, perché il lettore li conosce già, perché basta vederli entrare in scena per sentire subito il peso della saga.
Però non ho percepito una reale evoluzione, né una particolare voglia di approfondirli. Da questo punto di vista il manga preferisce il richiamo nostalgico alla costruzione emotiva. È una scelta comprensibile, ma anche un po’ limitante.
Disegni e azione: qui il manga fa il suo dovere
Sul piano visivo, il volume scorre bene. Le tavole hanno un’impostazione dinamica, l’azione è leggibile e l’impatto generale ricorda molto una regia cinematografica.
Questa cosa si sente parecchio e secondo me aiuta tantissimo la lettura, perché rende il manga sempre chiaro anche nei momenti più movimentati.
Non è un’opera che punta a stupire con soluzioni grafiche sperimentali o con una messa in scena particolarmente autoriale. Però fa bene quello che deve fare: accompagnare l’azione, mantenere ritmo e dare ai personaggi una presenza forte sulla pagina.
Per un adattamento del genere, onestamente, era la scelta più sensata.
L’antagonista è il vero punto debole
Se però c’è una cosa che mi ha lasciato davvero freddo, è il villain.
In una storia di Resident Evil, per me, la minaccia deve avere peso. Deve essere disturbante, interessante o almeno memorabile. Qui invece ho avuto l’impressione opposta: il cattivo di turno c’è, fa avanzare la trama, ma non lascia quasi nulla.
E quando manca un antagonista forte, tutto il resto finisce per sembrare meno intenso di quanto potrebbe.
È questo, probabilmente, il motivo principale per cui Resident Evil: L’isola della morte mi è sembrato un manga piacevole ma non davvero incisivo. Ha una buona base, un cast fortissimo e un ritmo che funziona, però manca quel guizzo capace di trasformarlo in qualcosa di più di una semplice lettura d’intrattenimento.
Vale la pena leggerlo?
Secondo me sì, ma dipende da cosa cerchi.
Se vuoi un manga di Resident Evil che punti tutto sul divertimento, sulla reunion dei personaggi storici e su un’atmosfera action horror immediata, allora questo volume fa il suo dovere.
Se invece cerchi una storia più coraggiosa, più sorprendente o più stratificata, allora rischi di trovarlo un po’ troppo semplice.
Io l’ho letto volentieri proprio perché sapevo di avere tra le mani un prodotto pensato soprattutto per chi ama il franchise. E da fan, certe cose le ho apprezzate parecchio: il ritmo, la presenza scenica del cast, l’ambientazione, la sensazione generale di essere tornato dentro un’avventura di Resident Evil.
Però da lettore, guardandolo con un po’ più di distacco, mi resta anche la sensazione di un’occasione non del tutto sfruttata.
Conclusioni
Alla fine, Resident Evil: L’isola della morte è un manga onesto. Non cambia nulla nella storia del franchise, non aggiunge grandi profondità ai personaggi e non costruisce una trama davvero memorabile.
Però intrattiene, scorre bene e sa parlare chiaramente ai fan storici della saga.
Io lo consiglierei soprattutto a chi vuole passare qualche ora in compagnia di Leon, Jill, Chris e Claire senza aspettarsi troppo altro. È uno di quei volumi che funzionano meglio quando li affronti con lo spirito giusto: non aspettandoti il grande manga horror dell’anno, ma una lettura compatta, veloce e tutto sommato soddisfacente.
Hai già letto Resident Evil: L’isola della morte? Dimmi nei commenti se anche tu lo hai trovato un buon manga d’intrattenimento o se ti aspettavi qualcosa di più.
